Abbiamo troppe possibilità e sempre meno capacità di scegliere

Non abbiamo mai avuto così tante possibilità di conoscere persone nuove; eppure, scegliere qualcuno, e soprattutto continuare a sceglierlo, sembra essere diventato più difficile.
Oggi basta prendere in mano un telefono per entrare in contatto con persone che fino a pochi anni fa probabilmente non avremmo mai incontrato. Social e dating app hanno ampliato enormemente il nostro spazio relazionale e, anche quando siamo già in coppia, continuano a mostrarci altre vite, altri corpi, altre personalità, altre possibilità.
Il problema non è la tecnologia: è ciò che può accadere quando la percezione di avere sempre un’alternativa entra nel modo in cui valutiamo la persona che abbiamo accanto. Perché avere più possibilità non significa necessariamente scegliere meglio.
In psicologia viene studiato il fenomeno del choice overload, il sovraccarico della scelta. In determinate condizioni, quando le alternative diventano numerose, decidere può diventare più complesso e la soddisfazione per ciò che abbiamo scelto può diminuire. Non è una regola universale, ma offre uno spunto interessante per comprendere alcune dinamiche delle relazioni contemporanee.
Più possibilità percepiamo, più materiale abbiamo per confrontare. E qui nasce il primo problema: molto spesso il confronto è falsato. Del partner conosciamo tutto quello che la quotidianità inevitabilmente mostra: difetti, abitudini irritanti, fragilità, incoerenze, giornate storte. Dell’alternativa vediamo una fotografia, qualche frase, un profilo interessante o una parte selezionata della sua vita.
Non stiamo quindi confrontando due persone nelle stesse condizioni; stiamo confrontando la realtà di qualcuno con la possibilità di qualcun altro. E la possibilità ha un enorme vantaggio: non ci ha ancora deluso.
Ogni scelta comporta inevitabilmente l’esclusione di altre possibilità. Scegliere una relazione significa anche accettare di non verificare continuamente se, da qualche altra parte, esista qualcuno di più attraente, più compatibile, più brillante o semplicemente più adatto a noi. Quando però le alternative rimangono costantemente visibili, questa rinuncia diventa più difficile. Possiamo iniziare a chiederci: e se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?
La risposta più realistica è che, sotto qualche aspetto, probabilmente sì. Esisterà quasi certamente qualcuno più bello, più divertente, più ricco, più interessante, più giovane o più compatibile con noi su una determinata caratteristica; ma una relazione non si costruisce scegliendo singole qualità da persone diverse.
Il rischio, altrimenti, è creare mentalmente un partner che non esiste: prendiamo l’aspetto fisico di una persona, la sensibilità di un’altra, l’ambizione di un’altra ancora, la capacità comunicativa di qualcun altro e utilizziamo questa figura immaginaria come termine di paragone per una persona reale. Il risultato è prevedibile: la realtà perde quasi sempre contro un ideale costruito senza difetti.
A complicare le cose interviene anche un meccanismo molto umano: siamo sensibili alla novità. Il nostro cervello presta particolare attenzione agli stimoli nuovi e alle informazioni potenzialmente rilevanti. I sistemi coinvolti nella motivazione e nell’apprendimento rispondono anche all’anticipazione di una possibile ricompensa, e la dopamina partecipa a questi processi.
Questo non significa che siamo “dipendenti dalla dopamina”, espressione spesso utilizzata in maniera fin troppo semplicistica, né che l’attrazione possa essere spiegata attraverso una sola sostanza. Significa però che ciò che ancora non conosciamo può esercitare un forte richiamo.
Una persona nuova contiene incertezza, scoperta e possibilità. Non conosciamo ancora le sue abitudini peggiori, non abbiamo affrontato conflitti con lei e non sappiamo quali aspetti ci deluderanno. Possiamo quindi riempire ciò che non conosciamo con ciò che speriamo di trovare.
Il partner, invece, non è più una possibilità: è diventato una persona reale. Ed è qui che possiamo commettere un errore importante: interpretare la perdita dell’intensità iniziale come prova di aver scelto male, quando in parte può rappresentare semplicemente il passaggio dalla novità alla familiarità.
La cultura delle possibilità può modificare anche la nostra tolleranza verso la normale frustrazione di una relazione. Una relazione sana non significa una relazione nella quale tutto ci soddisfa: esistono differenze, incomprensioni, periodi meno intensi, abitudini che infastidiscono e bisogni che non coincidono perfettamente.
Di fronte a queste difficoltà possiamo domandarci se siano affrontabili oppure iniziare immediatamente a immaginare qualcuno con cui non esisterebbero. Probabilmente quella persona esiste, ma avrà altri problemi.
Questo non significa che si debba rimanere in qualsiasi relazione. Esistono incompatibilità profonde, mancanza di rispetto, assenza di reciprocità e situazioni nelle quali andarsene è una scelta necessaria. Ma c’è una differenza sostanziale tra lasciare una relazione che non funziona e non riuscire più a investire in una relazione perché continuiamo a confrontarla con possibilità che non abbiamo mai realmente conosciuto.
La soluzione non consiste nel chiudere gli occhi davanti alle alternative o convincersi che il proprio partner sia la persona migliore esistente: consiste nel cambiare domanda. Invece di chiedersi continuamente “potrei trovare di meglio?”, può essere molto più utile domandarsi: “quello che ho davanti merita ancora il mio investimento?”
Sono due domande completamente diverse. La prima non può avere una risposta definitiva, perché ci sarà sempre un’altra possibilità da controllare. La seconda ci costringe invece a valutare la relazione per ciò che realmente contiene: rispetto, attrazione, reciprocità, compatibilità, fiducia, capacità di affrontare i conflitti e volontà di costruire.
Significa imparare a riconoscere quando il confronto è scorretto. Se del partner conosciamo perfettamente i limiti mentre dell’altra persona vediamo soltanto ciò che ci attrae, stiamo mettendo una persona intera contro una persona ancora incompleta nella nostra testa.
Significa anche tornare a investire attenzione dove abbiamo scelto di stare. La familiarità non deve necessariamente trasformarsi in disinteresse: continuare a fare esperienze insieme, mantenere una propria individualità, conservare curiosità verso l’altro e non considerarlo definitivamente “conosciuto” aiuta a evitare che la relazione diventi semplicemente parte dello sfondo.
Non possiamo scegliere davvero qualcuno continuando contemporaneamente a proteggere tutte le alternative. Una scelta adulta contiene sempre una quota di rinuncia. Non perché fuori non possa esserci qualcosa di diverso o persino di migliore sotto alcuni aspetti, ma perché nessuna relazione può diventare profonda se rimane costantemente sottoposta a un provino.
Conoscere davvero qualcuno richiede tempo, quotidianità, conflitto, riparazione, adattamento e anche momenti nei quali quella persona non ci sembrerà straordinaria. Tutto questo è inevitabilmente meno eccitante della promessa di qualcuno che ancora non conosciamo, ma è proprio qui che una relazione smette di essere soltanto una possibilità e può diventare qualcosa che abbiamo costruito.
Il problema, quindi, non è che oggi sia diventato impossibile trovare qualcuno: è che abbiamo moltissimi strumenti per continuare a cercare e dobbiamo ancora imparare quando smettere.
Scegliere qualcuno non significa convincersi che non esista niente di meglio al mondo, ma riconoscere che ciò che abbiamo davanti ha abbastanza valore da non aver bisogno di essere confrontato ogni giorno con tutto ciò che potrebbe esistere fuori.
E a forza di lasciare tutte le porte aperte, rischiamo di non entrare davvero da nessuna parte.
30/09/2026 Samantha Galloppa